Lottare per la libertà: il grande compito che ci ha lasciato la Fallaci

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La nostra editorialista, amica della scrittrice, la ricorda tra passioni politiche e vita privata

È ormai diventato quasi un luogo comune ripetere che l’Oriana aveva ragione. Ci si stupisce, con tante polemiche, tanto scandalo, tanta persecuzione. Forse adesso il coro di stupefatto di rimpianto e ammirazione generale diventa un impedimento a identificarla pienamente come una scrittrice e una mente poliedrica e profonda.

Tutte le guerre di Oriana erano guerre sante e ben condotte, non solo quella all’Islam e al terrorismo. Piccola, con quei vestiti da signora fiorentina, la gonna scozzese e il twin set, e pronta nell’armadio, fino all’ultimo, la tuta Kaki per partire «embedded» su un carro armato non c’era angolo dell’universo politico in cui Oriana non agitasse la sua fiaccola scintillante, trascinando l’interlocutore in un labirinto di idee in cui lei si offriva generosamente come guida, capo supremo, sacerdote. Oriana faceva venire il cardiopalma, ti eccitava, ti sgridava, ti lodava: a me lo fece venire letteralmente, una notte prima di una mia visita finii al pronto soccorso cardiaco a New York. Dopo l’11 di settembre ero diventata uno dei suoi interlocutori su Bin Laden e in genere sull’Islam, spesso mi chiamava in Israele alle due di notte con una domanda improvvisa.

La vita pratica, specie durante la malattia che durò 15 anni, le era di impaccio al volo ideologico continuo che lei puntigliosamente nutriva di cultura, citazioni, nomi e date. Era consapevole di essere graziosa, sempre con la virgola nera sui begli occhi. Un giorno andò perduto il caviale beluga: «L’avevo comprato per te, dov’è? Dove l’ho messo… eppure deve essere in frigorifero…» No, in frigorifero l’Oriana non l’aveva messo. L’aveva cacciato nel cassetto delle posate il giorno avanti… e così, addio, era andato a male, e mi preparò due ottime uova al tegamino. Lei rise e si arrabbiò. Si arrabbiava sempre di più per i tradimenti, le minacce, la sofferenza del cancro che ormai, e se ne pentì, non curava quasi più perché correva verso l’appuntamento impostole dalla storia: essere la profetessa dell’invasione islamica e la fustigatrice nella neghittosità occidentale.

I tre piani della casa browstone al 222 della 61esima erano per quanto possibile la succursale (e viceversa) della magione vicino a Greve in Chianti dove si rifugiava anche a costo di quel maledetto viaggio arereo, così lungo senza sigarette. Anche la sigaretta era per lei un apologo di libertà, nessuno doveva romperle le scatole mai, in niente, anche se e quando le faceva male.

Così va letta Oriana, come una leader e anche un’enciclopedia nella sempiterna guerra per la libertà, come donna e come cittadino; anche tutta la sua ultima guerra contro l’Islam militante che ci vuole soggiogare, contro Eurabia, contro la vigliaccheria del politically correct che si rifiuta di coniugare la parola Islam con «violenza» e tantomeno con «terrorismo» è tutta contro i lacci del totalitarismo che opprime le donne e la libertà di pensiero e di religione.

Libertà è la parola chiave. Senza questo valore così specifico, così occidentale la vita non vale la pena di essere vissuta. Il nemico non è solo l’Islam che vuole sottometterci, ma quello che è nazi fascista come diceva lei. Aveva fatto la resistenza da staffetta, quasi bambina, portando armi e messaggi, aveva visto morire i suoi amici ed era rimasta partigiana e patriotta. E benché vivesse ogni nemico come nazi fascista la sua vis rivoluzionaria lei la viveva in maniera del tutto irrituale, dato che davvero non era di sinistra, e tanto meno comunista. Anzi, i comunisti la rivoltavano, da Pol Pot ai russi totalitari: li minacciava di «prenderli a calci nel culo», come diceva con vezzo toscano.

Oriana sfoggiava una incantevole scrittura fiorentina (teneva tre dizionari sul tavolo, curava spasmodicamente la punteggiatura) e esibiva la sua attitudine da dura, sembrava una John Wayne alla fiorentina, da «antica signora» e da guerriera.

Firenze e America: erano i suoi due poli geografico-ideologici: «…Fiorentina parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero quando mi chiedono a quale Paese appartengo rispondo: Firenze. Non Italia». E per quella Firenze si precipitò come un San Giorgio contro il drago, per difendere Santa Maria del Fiore, il campanile di Giotto, la torre del Mannelli dove aveva combattuto i tedeschi col padre e dove voleva «morire in piedi come Emily Bronte». È a Firenze in realtà che comincia la sua lotta contro l’invasione islamica, a seguito dell’occupazione da parte di immigrati somali dello spazio sacro fra il Duomo e il Battistero, fra il Campanile di Giotto e la Porta del Paradiso del Ghiberti. Oriana lotta con le unghie e con i denti contro il sacrilegio e contro i vigliacchi pusillanimi e stupidi che non lo impediscono: «L’arcivescovo che non si pronuncia, i turisti che si sorprendono, i cittadini che si offendono». Quello che la Fallaci otterrà dalla difesa della sua città sarà il rifiuto di attribuirle il riconoscimento del Fiorino. Una vergogna. Qui comincia la strada di Oriana che trova tutto il suo significato nella Rabbia e l’Orgoglio e La Forza della ragione, la sua impavida resistenza al politically correct che diventa poi minaccia di morte. Dalla nuova ferita a ciò che ama, cioè agli Stati Uniti con le Twin Towers, Oriana trae la determinazione ad andare a fondo anche nell’approfondimento del tema Islam. È stato colpito il suo amore, perché l’America è libertà: «Se non si fosse scomodata a fare la guerra a Hitler e a Mussolini oggi parlerei tedesco… se non avesse tenuto testa all’Urss oggi parlerei russo… È un paese da invidiare perché nasce dall’idea della Libertà sposata a quella dell’Uguaglianza.. Non ne parlavano nemmeno i rivoluzionari della Rivoluzione Francese, dato che sarebbe cominciata nel 1789, ossia tredici anni dopo la Rivoluzione americana, che scoppiò nel 1776».

Oriana pensava che Firenze fosse la città più bella del mondo, che gli Usa fossero la nazione più entusiasmante, che il suo mestiere fosse il più significativo, il suo amore per Panagulis il più alto e poi disperato dopo la morte, le sue battaglie quelle senza le quali un uomo non è un uomo. Si chiama identità, un dono sublime, e anche lotta senza quartiere per difenderla quando sia minacciata, significa sapere, un po’ sfacciatamente, cosa si è e per che cosa si vive e quanto costa. Ha descritto tutto questo per filo e per segno, e ha denunciato il terribile sforzo di andare valorosamente fino in fondo studiando e riportando quel che vedeva anche mentre stava morendo. Da giornalista, da scrittrice. Da Oriana, l’unica.

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